In omaggio a Michel Chodkiewicz

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di Denis Gril

Il miglior omaggio che si possa rendere a Michel Chodkiewicz (MC) è senza dubbio non parlare di lui, ma di proseguire la sua opera. Tutta la sua vita segue una medesima via, le cui direzioni non sono che una sola. Una è rivolta verso la Presenza divina, l’altra verso gli altri: i suoi, i suoi amici, i suoi colleghi, gli studenti, che ha aiutato a trovare la loro propria via. Come dice l’adagio sûfî: “Le vie verso Dio sono tanto numerose quanto i soffi delle creature”. Ad ognuno di essi il rendergli omaggio, seguendo i suoi consigli, le sue indicazioni, le piste di ricerca che ha aperto.

Non conviene, peraltro, prolungare questo genere di discorso, soprattutto dopo tutto quel ch’è stato scritto nell’eccellente numero della rivista Horizons Maghrébins consacrato alla Walâya e dedicato a M. Chodkiewicz. Aggiungiamo, semplicemente, che la sua opera ha conciliato, nello studio della spiritualità islamica, due approcci che, fino ad allora, non si incontravano affatto: lo sguardo interiore e la prospettiva storica. Se certi orientalisti avevano già rettificato gli eccessi dei loro predecessori, restava ancora molto da fare. Ancor prima di arrivare al massimo del cursus accademico, alla fine della sua carriera, M. C. si era dato da fare per ristabilire determinate verità storiche e dottrinali. È riuscito a rendere accessibile agli storici dell’epoca medievale, quanto a quelli delle epoche moderna e contemporanea, alcune nozioni essenziali del sufismo, ispirandosi all’opera d’Ibn ‘Arabî ed attingendo largamente e simultaneamente da tutta la storia della santità nell’Islâm ed altrove. Ha, parimenti, saputo far capire agli antropologi fatti di spiritualità difficili da afferrare, visti dall’esterno. Dall’altra parte, ha convinto quelli per i quali il sufismo è più una via che un oggetto di studio, che l’attenta osservazione delle evoluzioni storiche non è privo di portata spirituale.

La scelta della walâya come argomento di queste righe ricorda che tutta l’opera di M. C. è ispirata alla ricerca sulla santità ed alla ricerca della santità. Di tutti i maestri, la guida in questa cerca è lo ´ayh al-Akbar e, tramite quest’ultimo, il Corano. Lasciamoci quindi guidare, a titolo d’omaggio, da Ibn ‘Arabî verso il Corano, seguendo la spiegazione coranica della walâya.

“La walâya è una qualità divina. Essa è, per l’uomo, un carattere innato e non acquisito ed una forma di relazione (ta’alluq) universale fra tutti gli esseri dai due lati, divino ed umano. Ciononostante, non si ha coscienza di questa relazione universale dal lato divino, poiché essa è più manifesta per le creature. La walâya è, infatti, il soccorso recato dal walî; ora, questo soccorso può essere per Dio oppure per spirito di clan o di corpo. La forma di relazione instaurata dalla walâya è quindi universale, come si può affermare per ogni qualità divina” 1. Dopo qualche secolo di elaborazione della dottrina della santità nell’Islâm, questa definizione ad opera di Ibn ‘Arabî della walâya contrassegna un netto ritorno verso il Corano e verso il senso che questo termine evocava per gli Arabi ai tempi della Rivelazione. Egli, infatti, la definisce come il soccorso (nasr) che il walî (o mawlâ), il cliente od il protetto, deve recare al suo walî (o mawlâ), il patrono o il protettore e che il secondo deve, reciprocamente, recare al primo. Il Corano accosta spessissimo i due nomi divini al-Walî,  Il Patrono, Colui che Si prende carico, col nome al-Nasîr, Colui che reca soccorso. A partire da quest’accostamento coranico fra walâya  nasr, Ibn ‘Arabî sviluppa la concezione universale d’un aspetto divino che si propaga in tutti gli esseri e che instaura una relazione binaria, poiché ogni forma di relazione o di collegamento presuppone una presa in carico (tawallî) da parte di un altro e, pertanto, un soccorso reciproco. Egli fonda la sua dimostrazione su una doppia lettura del versetto: «…Ed è di Nostra competenza il soccorso ai credenti.» (Corano XXX 47). La prima, adotta il linguaggio comune (lisân al-’umûm): se i credenti sono sconfitti nella loro lotta contro gli infedeli, ciò è a causa del fatto che la loro fede non è senza falle. Dio non ha soccorso i miscredenti, ma non ha neppure soccorso i credenti insufficientemente legati a Lui dalla fede. La seconda si esprime con il linguaggio dell’Élite (lisân mahs): ogni adesione fatta con la fede, foss’anche ad un idolo, assicura il soccorso. In tal modo Dio riconduce sempre, quali che siano le false attribuzioni degli uomini, verso il Suo aspetto divino di nasîr e, quindi, di walî, la totalità degli esseri. L’influsso divino diffonde la walâya o la presa in carico divina in ogni cosa in una maniera che permette di comprendere la portata metafisica di quest’affermazione ripetuta del Corano: «…E non avete, al di fuori di Dio, altro Patrono, né Soccorritore.» (Patrono = Walî; Soccorritore = Nasîr) (Corano II 107 ecc.). Lo ´ayh propone, a titolo d’esempio, cinque modalità di questa presa in carico della quale tutti beneficiano, ma di cui solo i santi hanno conoscenza autentica:

– il dono dell’esistenza;

– il dono delle leggi istituite dai saggi prima delle rivelazioni;

– il dono delle rivelazioni che instaurano la credenza o la miscredenza;

– la misericordia o l’amore degli esseri fra di loro (walî significa anche ‘amico’);

– la sottomissione (taskîr) degli esseri gli uni agli altri, che si trasmettono, così, in apparenza indirettamente, i doni divini.

Ibn ‘Arabî dà l’esempio del commerciante spinto dall’attrattiva del guadagno a viaggiare da un paese all’altro portando agli uomini, in tal modo, ciò di cui abbisognano. Se il mercante, osserva lo ´ayh, ne avesse coscienza, non si curerebbe di guadagnare oppure di perdere il denaro. Quest’osservazione può essere considerata come l’insegnamento pratico d’una via d’accesso alla santità. Questa, difatti, consiste molto meno nell’agire piuttosto che nel prendere coscienza di qualcosa, la quale conduce alla realizzazione dell’unicità dell’essere. La santità, nell’Islâm, come M. Chodkiewicz ha ricordato più volte, è conoscenza. Al-walî è ‘un nome condiviso’ dai due termini della relazione binaria, fra Dio e l’uomo, poiché permette di accedere, per mezzo della presa di coscienza dell’azione del nasîr, nome anch’esso condiviso, alla conoscenza dell’Essere nella sua unità e nella sua suddivisione. Il Corano dice tanto: «… Se soccorrerete Iddio, Ei vi soccorrerà…» (Corano XLVII 7), attribuendo il soccorso e dunque una certa realtà all’uomo, quanto: «…Siate gli ausiliari di Dio…» (Corano LXI 14): se Dio ci dice d’essere, è perché noi non lo siamo. L’uomo si trova, così, su un piano mediano (fî martabat al-wasat) fra l’essere e l’assenza d’essere, ove risiede la sua perfezione propria. Il santo (al-walî) realizza pienamente questa perfezione con la contemplazione del soccorso che reca a Dio e che Dio reca a lui, abolendo in ogni istante dalla sua coscienza l’impossibile inesistenza (al-muhâl al-’adamî) che fa pervenire senza sosta gli esseri dal tempo primo dell’esistenza al tempo secondo dell’estinzione del loro carattere accidentale.

Grazie a questa comprensione esistenziale della walâya, lo ´ayh al-Akbar invita ad una lettura costantemente rinnovata del Corano, a similitudine della sua discesa e della creazione dell’universo. Il suo commento di uno dei versetti che afferma la presa in carico privilegiata dei credenti da parte di Dio, illustra la sua comprensione unificante della walâya che lega Iddio a tutti gli esseri, perfino quelli apparentemente più negativi: «Dio è il patrono di coloro che credono; li fa uscire dalle tenebre alla luce; e di quei che son miscredenti, per patrono hanno i Èût; li fa uscire dalla luce alle tenebre…» (Corano II 257). Il Èût, spiega lo ´ayh, significa, in base alla sua radice, quello che si eleva al di sopra degli altri. Si arroga, quindi, una qualità divina, quella del Nome divino rafî al-daraáât, ‘Colui i Cui gradi sono elevati’, che non gli appartiene e finisce col ritornare a Dio. Il commento akbariano rispetta, dunque, doppiamente la lettera ed il senso della Rivelazione, che instaura la separazione fra la fede e la miscredenza e che riassorbe ogni realtà in Dio.

 Con la parola divina, i santi vivono pienamente la  visione unificante della realtà e della separazione tranciante della luce e delle tenebre, sulle orme del Profeta, al quale Iddio ha fatto dire: «“In verità il mio patrono è Iddio, Colui che fece discendere il Libro; ed Egli Si prende cura dei devoti”.» (devoti = santi) (Corano VII 196). La discesa perpetua della Parola sul cuore degli uomini apre le vie della santità. Riconoscere che esse sono inesauribili, come le parole divine, è un modo di rendere omaggio ad un’opera feconda, così come a tutti i maestri che l’hanno ispirata.

NOTE

1) Futûhât II 246, 152.

 

 

 

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