Lettere d’Amore alla Ka’ba

Ka'ba al Muazzama
Ka'ba al Muazzama

Ka’ba al Muazzama

Una presentazione del Tâj ar Ras’âil d’ Ibn ‘Arabî

di Denis Gril

Il Tâj ar Rasâ’il wa Minhâj al Wasâ’il, “La Corona delle Epistole ed il Sentiero per le Intercessioni”, nel quale Ibn ‘Arabî indirizza otto lettere d’amore alla Ka’ba, contiene tutte le varianti che offre la letteratura araba in tema d’amore. Quest’è un amore inusuale, in quanto la fidanzata è fatta di pietra, ma quanto sacro, e situato in un mondo intermedio tra l’umano ed il divino. La seguente non è che una prima versione, al fine di rendere noto un trattato, tanto ricco quanto arduo, che dev’esser posto fra il Tarjumân al Ashwâq ed il capitolo sull’amore nelle Futûhât.

Le circostanze inerenti la composizione del taj

E’ in connessione con le circoambulazioni rituali attorno alla Ka’ba, nel Capitolo 72 delle Futuhât, concernente il pellegrinaggio ed i suoi segreti, che Ibn ‘Arabî rivela le circostanze nelle quali redasse la sua pregevole opera..

“Me ne stavo, un giorno, a rimirare la Ka’ba; mi chiese di compiere i giri intorno ad essa, e Zemzem mi chiese di bere della sua acqua, giusto per amicizia nei confronti del credente. Potevo udire entrambi i richiami con le mie orecchie. Temevo d’esserne velato, data la loro immensa statura agli occhi di Dio, ed essere quindi distolto dal mio stato di prossimità divina che è consono a questo luogo secondo la nostra conoscenza. Ho rivolto loro questo poema al fine di renderli consapevoli di ciò, e per raccontar loro del perfetto credente:

Oh Ka’ba di Dio, oh Zemzem, quanto energicamente domandate la mia amicizia, ma no, no!

Se mi devo legar d’amicizia a voi, dev’esser per via di compassione, e non per desiderio per voi.

La Ka’ba altro non è che la nostra essenza, l’essenza delle cortine del pio timore.

Il Vero non è contenuto dal cielo, né da terra né da parola alcuna.

Apparve al cuore e gli disse: Sii paziente! Poichè è la Qibla che Noi abbiam stabilita.

Da Noi a te ed al tuo cuore, verso l’Incontro con la Mia casa; quanto magnifica essa è!

E’ un dovere, per la Nostra Ka’ba, amarti, ed amarCi è un dovere per te.

Basta!

Null’altro è più magnifico del tempio tranne te, Servo Mio, quando t’accosti ad essa.

Le tue circoambulazioni rituali hanno illuminato la Ka’ba, mentre le case degli uomini restano immerse in oscurità.

Non potrebbe, il Tempio, sopportare l’idolatria degli uomini; non fosse stato per te, in gran numero sarebbero in disastro.

Ma nel tuo mutuo incoraggiamento a pazienza ed a compassione,

Sì profondamente s’è avvinto il cuore alla Mia Essenza, che ‘l suo amor è grande e vasta la scienza sua.

Tra la Ka’ba e me, al tempo del mio soggiorno alla Mecca, ebbe luogo una corrispondenza, con richieste d’intercessione e rimproveri continui. Ho conservato memoria di alcuni dei discorsi che le ho indirizzato in un libretto intitolato “La Corona delle Epistole ed il Sentiero per le Intercessioni”. Esso contiene, ritengo, sette od otto lettere, corrispondenti ai sette giri. In esso rivolgo una lettera ad ognuna delle qualità divina la cui teofania mi apparve in una delle circoambulazioni. Un certo speciale evento mi indusse a comporre queste lettere ed indirizzarle alla Ka’ba. Accadde che considerai la mia costituzione (nash’a) più eccellente di quella della Ka’ba ed il suo rango e, in quanto luogo di teofania delle realtà divine, inferiore al mio. Ne parlai come d’una costituzione minerale, al primo livello degli esseri generati. Se , così facendo, trascurai l’elevatissimo rango col quale Dio la favorì, fu per innalzare la sua aspirazione spirituale e far in modo che la circoambulazione degli inviati e dei grandi santi attorno ad essa ed il baciare la Pietra Nera, non potesse fungere da velo nei suoi confronti. Sono, naturalmente, conscio dell’elevazione ad ogni respiro di tutti gli esseri dell’universo, sia superiori che inferiori, e del fatto che è impossibile, per qualsiasi entità, rimanere immutata nello stesso stato. L’origine verso la quale tutte le cose esistenti ritornano, Dio, ha descritto Sé Stesso come impegnato in un’opera ogni giorno (Corano LV 29). Nessuna cosa nell’universo può, tuttavia, persistere nel medesimo stato per due istanti. Questi stati cambiano secondo le teofanie delle opere divine. La mia condotta di fronte alla Ka’ba era dovuta ad uno stato spirituale che mi dominava, e senz’ombra di dubbio Dio volle mettermi in guardia riguardo questo stato d’inebriamento.

Egli m’ha incitato ad alzarmi dal letto in una fresca notte di luna piena e dalla leggera rugiada. Feci le abluzioni e mi recai a compiere i giri rituali, profondamente turbato. Mi pareva che una persona soltanto stesse facendoli. Cominciai col baciare la Pietra, dopodichè iniziai le circoambulazioni. Essendo giunto alla Grondaia, dietro il recinto (Hijr), guardai la Ka’ba. La vidi allora, come percepita dalla mia facoltà d’immaginazione, sollevare i lembi della sua veste e restar così e librarsi dalle sue fondamenta. Aveva l’intenzione di farmi tornare indietro quando raggiunsi l’angolo Siriano, per impedirmi di compiere la sua circoambulazione. Mi minacciò, usando parole che le mie orecchie poterono udire. Mi sentii profondamente afflitto per ciò, e da parte Sua, Dio mi manifestò tale ira e furia, che ero incapace di muovermi da dove mi trovavo. Mi riparai dietro il Recinto per pararmi dai suoi colpi e l’usai come scudo. Per Dio, la udii che mi diceva: “Vieni avanti e vedremo come ti concio! M’hai sottovalutata ed esageri il valore dei Figli d’Adamo, e considerato che quei che possiedono la conoscenza sono superiori a me. Per l’infinita Potenza di Lui, a cui solo appartengo, non ti lascerò fare i giri intorno a me!” Ritornai in me e compresi che Dio voleva correggermi. Lo ringraziai di ciò, e l’afflizione che avevo provato svanì. In quanto alla Ka’ba, sembrava sollevata dal terreno, sollevando i lembi della sua veste come chi si tira su le vesti prima di fare un salto. Avevo l’impressione che avesse raccolto i suoi veli, pronta a saltarmi addosso. Aveva preso le sembianze di una giovane donna quale mai avevo visto e d’una bellezza tale da non poter neppur essere immaginata. Lì per lì improvvisai dei versi che le dedicai, per placare la sua irritazione nei miei confronti. A mano a mano che mi rivolgevo a lei con queste parole, prese ad ingrandirsi e fece ritorno alle sue fondamenta. Mostrò la sua soddisfazione per quanto le andavo recitando, sinchè tornò al suo stato iniziale. Mi rassicurò sulla sua protezione e mi incoraggiò a completare le mie circoambulazioni. Mi spinsi allora laddove uno suol chiedere protezione: non v’era un solo atomo del mio corpo che non tremasse a causa del mio stato, sino al momento in cui mi sentii rassicurato. Mi riconciliai con lei ed a lei affidai la testimonianza dell’unità divina baciando la pietra. La sua prova venne fuori giusto mentre la stavo pronunciando. La vidi coi miei propri occhi sotto forma di filo. Un’apertura apparve nella Pietra Nera e potei scorgervi fin dentro: era d’un cubito di profondità. Chiesi più tardi a qualcuno, uno che risiedeva a Mecca, che l’aveva vista al tempo dell’incendio nel Tempio, di questo fatto. Era stata, in quell’occasione, montata su argento e riparata, e mi confermò che aveva visto che era di quella dimensione. Vidi l’attestazione arrotolarsi in forma di palla ed andare a ficcarsi nel retro della pietra. Non appena guardai, il buco si chiuse. “Quest’è un pegno” -m’assicurò la Ka’ba– “che serberò e te lo renderò il Giorno della Resurrezione. Ne farò dono a Dio in tuo nome.” Così parlò la Pietra ed io potei udirla. Ringraziai Dio e quindi la Ka’ba, e da quel momento la Ka’ba ed io fummo riconciliati. Le ho indirizzato queste sette lettere, aumentando la sua felicità e letizia. Mi giunsero alcune buone notizie tramite la voce d’un uomo pio che era stato benedetto col dono della chiaroveggenza e non aveva notizia alcuna di quanto fosse successo fra la Ka’ba e me. Mi raccontò che il giorno prima aveva visto, in sogno, la Ka’ba. Questa gli disse: “Oh ‘Abd al Wahid, sia Gloria a Dio! Non c’è dunque nessuno a girare attorno a me, se non il Tal dei Tali?”, e mi nominò ed aggiunse: “Dove sono andati gli uomini?” “Tu comparisti più tardi e ti potei vedere solo mentre procedevi nella circoambulazione. La Ka’ba mi disse: “Guardalo! Vedi qualcun altro che cammina intorno a me?” No, per Dio, non vedo nessun altro.” Ringraziai Dio per queste buone notizie, recatemi tramite quest’uomo, e ricordai le parole dell’Inviato di Dio -su di lui la grazia unitiva e la pace- concernenti la sacra visione d’un Musulmano, visto tramite o attraverso lui.

Queste sono le parole con le quali invitai la Ka’ba a rimettersi al suo posto:

Il mio cuore s’era rifugiato nel santuario allorchè fu raggiunto dalle frecce del nemico.

Oh, clemenza di Dio per i Suoi servi, Dio t’ha posta fra i minerali.

Oh, Casa del mio Signore, luce del mio cuore, freschezza degli occhi miei, intima amica del mio cuore.

Oh, segreto del cuore dell’esistenza vera, oh mia inviolabilità, purezza del mio amore.

Oh, Qibla in direzione della quale mi sono rivolto ogni volta che m’accampavo, ed in ogni valle,

Di permanenza, quindi di cielo; d’estinzione e della culla.

Oh Ka’ba di Dio, oh vita mia, via di felicità e giustizia,

Sei la depositaria di Dio dell’unica salvaguardia contro il terrore del ritorno finale.

La nobile Stazione risplende luminosa in te, in te risiede la felicità del servitore.

In te è la Mano Destra che il mio errore ha coperto d’una nera macchia.

Nel punto in cui ci uniamo a te, colui che persevera con la sua amorosa passione conoscerà la felicità nel Giorno in cui saremo chiamati.

Le anime son morte a cagione del loro desiderio per essa (la Ka’ba), per i dolori della nostalgia e dell’esilio.

Poichè a causa della sua afflizione per essi si vestì d’un funebre sudario.

Dio fa sì che una luce rifulga sulla sua sommità, che brilla nel cuore.

Solo l’afflitto i cui occhi hanno patito il Kohl dell’insonnia possono percepirla.

E lei gira, sette dopo sette, dopo la discesa della notte per rispondere all’appello.

Piange d’infinite lacrime, ricevute in pegno dalla sua passione, senza indebolirsi.

L’ho sentita gridare per chiamare in aiuto la pietra: oh mio cuore!

La notte è fuggita veloce ma la mia passione amorosa non s’è soddisfatta.

(Futuhât I, 700-1).

Questo passaggio ci fornisce un certo numero di indizi utili al momento della lettura del Tâj ar Rasâ’il.

La Ka’ba vi appare prima di tutto come un majlâ, un luogo nel quale le teofanie (tajalliyât) si manifestano. Ibn ‘Arabî riconosce l’alto rango rivestito dalla Ka’ba nella gerarchia dei livelli dell’Essere, al punto da considerarla quale cuore dell’esistenza (qalb al wujûd; cfr. Futuhât I, 50). Su un più elevato piano, la converte addirittura in simbolo dell’Essenza, ove le sette circoambulazioni rituali corrispondono ai sette maggiori attributi divini.

Ciò ci conduce immediatamente a porci una prima domanda: se la Ka’ba simbolizza il cuore, ossia il centro dell’universo, quale connessione esiste tra essa ed il cuore del credente? Ibn ‘Arabî risponde, per bocca di Dio, in questi termini:

La Mia Ka’ba qui dinanzi a noi è il cuore dell’esistenza

Ed è il Mio Trono, per questo cuore, un limitato corpo.

La Mia Casa, quella che Mi contiene, è il tuo cuore che sto osservando,

Depositato nel tuo corpo, tramite il quale io rendo testimonianza.

Ibn ‘Arabî allude qui al hadîth: “Non mi contengono né il Mio cielo né la Mia terra: soltanto il cuore del Mio servo credente mi contiene”. Per questa ragione, ha proclamato la superiorità del credente rispetto alla Casa di Dio. L’inizio del testo mostra una sorta di relazione maestro-discepolo tra essa e lui stesso. Egli, infatti, si propone di “innalzare l’aspirazione (himma)” di questo essere che tratta in ogni caso come se fosse un essere vivente. Tant’è che desidera farla partecipare alla sua personale visione del mondo, un mondo in continuo movimento da uno stato ad un altro, come la Realtà Divina che «ogni dì Egli è operante» (Corano LV 29). Conosciamo già il resto. Ibn ‘Arabî ammette d’essersi trovato in uno stato d’inebriamento spirituale che lo fece parlare in quel modo. Il terrore ispiratogli dalla Ka’ba minacciosa ha la virtù d’impartirgli un insegnamento (ta’dîb), riportandolo ad uno stato d’umiliazione e povertà, due delle principali qualità del servitore di Dio.

Questo evento lo porta a riconsiderare i suoi legami con la Ka’ba. Allo stesso modo riafferma la sua scelta in questo senso allorchè riporta la visione del sant’uomo. Scelta, ma anche dipendenza rispetto a quel che prima considerava di un essere di pietra. La poesia qui sopra tradotta denota una relazione di gran lunga più intima con la Ka’ba. Arriva forse fino al punto di identificarla col proprio cuore?

Abbiamo già avuto modo di osservare, precedentemente, come la parola ‘cuore’ riappaia ogniqualvolta si cominci a parlare della Ka’ba. il cuore, sede delle percezioni più elevate, è anche quella dell’amore. Amore per chi? Per l’Essenza divina, come l’ultimo verso del primo poema chiarisce. Ma allora, perchè quel senso di’insoddisfazione espresso negli ultimi due versi del secondo poema?

Tutto quel che, comunque, ci resta da fare è porre tali domande al Tâj ar Rasâ’il. Che cosa rappresenta il Tempio di pietra? Essenza divina, il cuore del credente? Perchè questa drammatica messa in scena? Qual è, ancor di più, il senso di questa relazione amorosa tra lo Shaykh al Akbar e questo seducente, minaccioso, femmineo essere minerale, che gli si para dinanzi in tal modo nella frescura d’una notte lunata?

Il Taj Ar Rasa’il: Presentazione ed Analisi

Il libro, di media lunghezza, venne édito al Cairo nel 1328/1910 in coda ad una raccolta di testi miscellanei, probabilmente riproducenti il contenuto della compilazione di un manoscritto (pagg. 553/630). Esso consiste di otto lettere, ognuna corrispondente alla teofania d’un Nome divino che apparve nel corso delle circoambulazioni rituali, come incluso nel nome simbolico del mittente:

1) La divina epistola inviata da ‘Abd Allâh (Servo di Dio).

2) La santa epistola inviata da ‘Abd al Hayy (Servo del Vivente).

3) L’epistola sull’unione inviata da ‘Abd al ‘Alîm (Servo del Sapiente).

4) L’epistola ‘Siriaca’ inviata da ‘Abd ash Shakûr (Servo del Degno di ringraziamento).

5) L’epistola contemplativa inviata da ‘Abd al Basîr (Servo del Veggente).

6) L’epistola paradisiaca inviata da ‘Abd as Samî’ (Servo dell’Udente).

7) L’epistola Platonica inviata da ‘Abd al Wadûd (Servo del Dolce nell’amare).

8) L’epistola esistenziale inviata da ‘Abd al Qâdir (Servo del Potente).

Questi nomi divini, tuttavia, non coprono che parzialmente i sette attributi. La connessione tra i nomi ed i titoli delle epistole non è sempre facile da determinare. Ma è ragionevole ritenere che l’ultima epistola, descritta come esistenziale, incorpora per quello stesso motivo i rimanenti aspetti divini ed anzi trascende la distinzione tra l’umano ed il divino. Il testo è scritto in prosa rimata, con un’assonanza gradevolissima ed un vocabolario assai ricco. L’introduzione ed ogni epistola sono indirizzate alla ‘Ka’ba di bellezza ed al giardino innaffiato da pioggia fitta’. L’ultima espressione richiama, forse, la pioggerella evocata da Ibn ‘Arabî nel corso delle Futuhât ed enfatizza, più di ogni altra cosa, per mezzo di quest’alleanza tra minerale e vegetale, da un lato la cristallizzazione e l’occultamento della Realtà suprema, e dall’altro la sua fioritura attraverso la vita e la compassione che se ne propagano.

La Ka’ba: una e multipla

A quale essere parla Ibn ‘Arabî attraverso questa doppia visione celestiale (le pietre e le piante), tramite l’immagine della donna (il suo corpo ed i suoi modi)? La risposta è ancora più complicata, a causa del fatto che si rivolge alla Ka’ba talvolta al femminile e talvolta al maschile, ora lodandola senza riserve e dichiarandole il suo amore, ora dandole consigli come ad un discepolo o rimproverandola come un’amante delusa.

Charles-André Gilis ha osservato che nella tradizione Islamica la Ka’ba simbolizza il centro di ogni stato dell’Essere, com’è dimostrato dalla tradizione riportata da Ibn ‘Abbas secondo la quale esiste una Ka’ba, simile a quella presente nel nostro mondo, in ognuno dei sette cieli e delle sette terre (cfr. La Doctrine initiatique du Pélerinage, Paris 1982, pagg. 45-6). Nell’introduzione al Tâj, Ibn ‘Arabî indica nella Casa Visitata (al bayt al ma’mûr), situata nel settimo cielo, il prototipo celeste della Ka’ba (pag. 557).

Come Gilis osserva ancora, la Ka’ba è percepita, da Ibn ‘Arabî, quale manifestazione dell’Essenza divina (tajallî dhâtî). In ogni caso la situa, a cagione della sua natura minerale, al più basso dei livelli dell’Essere. Ma è esattamente il carattere inferiore del suo aspetto esteriore che le permette di sostenere la scala degli esseri e riconoscere sé stessa, al contempo, ad ogni livello. E’ descritta, in tal modo, come ‘costituzione celestiale, realtà angelica, ragazza dal petto ben formato, livello del regno percettibile e dignità meccana (ciò, al tempo stesso, costituisce un esempio eccellente delle assonanze della sua prosa ritmata: nash’a falakiyya wa haqîqa malakiyya wa jâriya falkiyya wa martaba mulkiyya wa rutba makkiyya) (pag. 555). Lo stesso Ibn ‘Arabî è stupito dal numero degli aspetti contraddittori che quest’essere è capace di rivestire contemporaneamente: “O meraviglia: divina costituzione, simile (mithliyya), angelica, umana, superiore ed inferiore in cui troviamo solidità e fragilità, molteplicità e scarsità” (pag. 556).

La Ka’ba è anche identificata, come abbiamo già visto, con il cuore dell’esistenza e del credente, nel senso dell’Uomo perfetto o universale che sintetizza tutti i livelli dell’Essere. Qual’è la differenza, allora, tra lei e la persona che compie la cricoambulazione intorno ad essa cercando il proprio cuore e quello di lei? In special modo ci riferiamo allo Shaykh al Akbar, di cui stiamo parlando. Davvero non sta parlando con sé stesso, quando le offre consigli di questo tipo: “Attacca te stessa, o Ka’ba di bellezza, alla tristezza ed alla sofferenza infinite, alla distruzione totale e ad una superiore unione” (pag. 560)? Tutti i passaggi in cui questa identità è evocata contemplano uno stato particolare: la riunione dell’essere con sé stesso (ittihâd). Torneremo più avanti su questo soggetto, ed anche sulla questione della Ka’ba quale doppio femminile.

La relazione d’identità infatti di solito porta alla distinzione fra amante ed amato, separandoli in uno che dà ed uno che riceve. Ibn ‘Arabî alterna continuamente il tono tra quello di chi dà consigli, come un maestro ad un discepolo o lo spirito all’anima, e quello dell’espressione d’obbedienza e soggezione, anche chiedendo perdono. Può persino giungere a dichiarare l’unicità della Ka’ba nell’intero esistente, e poi porsi in posizione di superiorità rispetto ad essa, ad un livello che ordinariamente spetterebbe a Dio, dicendo: “Sei l’ultimo terzo della notte, a causa della mia discesa; sei desiderio divino a causa della mia trasmutazione in forme diverse” (pag. 629). Tempio di pietra, la Ka’ba diviene, tramite la penna d’Ibn ‘Arabî, un essere di tale plasticità da poter essere identificato con qualunque realtà. Sarebbe altresì sorprendente se fosse una disputa a chiudere questi dialoghi, o piuttosto monologhi, poichè solo in rare occasioni è dato modo di parlare alla Ka’ba.

Il Linguaggio d’Amore

L’ultima annotazione ci porta alla domanda: qual è la natura della relazione amorosa tra il tempio avviluppato nel suo nero velo e lo Shaykh al Akbar? E perchè l’avrebbe espressa in questi termini?

Ci sono, in effetti, nella letteratura araba, pochi termini ed immagini usati tanto nella prosa quanto nella poesia, per descrivere l’amato e la relazione tra innamorati, che non ritroviamo nel Tâj. Eccone un esempio:

“… gentile e seducente, amata e familiare, d’una bellezza sorprendente, d’una maestà superiore, fresca e luminosa, colma d’uno spirito raro, dalla fronte aperta ed il naso aquilino, dall’andatura elegante, dalle guance lisce, giardino ricco d’acqua, né seccante né annoiata, dai larghi occhi e dal magnifico aspetto, fianchi ondeggianti da parte a parte e vita stretta, tutta bianca… il suo alito esala il profumo di muschio più fine, la sua mano generosa, palpebre che fanno star male e profumano d’ambra, il suo parlar gentile e la deliziosa bocca, docile in amore e caparbia; fonte di prove, il suo ricordo allontana il sonno, cattura i pensieri tuoi, ti strega lo sguardo, scioglie il corpo ed annichilisce lo spirito…” (pag. 555).

Troviamo, altrove, una vera e propria dichiarazione d’amore: “Possa la mia anima essere il tuo riscatto, o Ka’ba di bellezza, in tutte le occasioni nelle quali hai bisogno d’esser salvaguardata e protetta. Col sentiero d’amore dinanzi a me, con la passione che ha preso il controllo delle mie membra, il mio intimo cuore è divenuto tuo schiavo d’amore ed il mio cuore è follemente innamorato di te…” (pag. 600). Anche l’amore devastante è evocato (cfr. pag. 618), e financo l’unione sessuale, poichè egli rivendica d’esser stato per due volte con lei sotto lo stesso indumento. I guardiani custodi (ruqabâ) de La Bellissima sono gelosi di quest’unione (cfr. pagg. 558 e 576). Non v’è dubbio alcuno ch’egli abbia in mente coloro che aspirano ad una tale condizione.

A volte la Ka’ba dispiega il suo potere, come ad esempio nel passaggio seguente, tratto dalle Futuhât: “Io son la Ka’ba, dinanzi la quale chinano il capo i tiranni… Quante corone ho fatto ruzzolare dalle teste di quelli che le cingevano!” (pag. 573). Ma qualsivoglia sia il senso, è pur sempre presentata come un essere femminile. In qualità di sposa allorchè lo Shaykh le parla: “Non sei uscita dal Lato della Mano Sinistra, e non sei forse la costola curva? Io sono il vivente dal quale sei stata creata, e dopo sei stata associata a me fino al punto che io sono stato designato col tuo nome” (pag. 570). Oppure, al contrario, come principio materno, allude forse all’Anima universale quando dice: “Sia lodato Dio che mi ha riunito per mezzo tuo e t’ha reso unico tramite me, come mia madre nei confronti di mio padre. Lei è la sua essenza e sua moglie…è la sua parte ed il suo tutto” (pag. 579). E’, tuttavia, un’entità androginica quella che Ibn ‘Arabî forma con la Ka’ba. Comunque sia, la complessità della loro relazione emerge dal fatto che maschile e femminile possono essere interscambiabili mutualmente passando da un piano ad un altro. L’Essenza divina è di genere femminile, e lo stesso dicasi per l’Adamo celeste nel Corano, chiamato “unica Anima” prima dell’apparizione del suo doppio femminile. Potremmo quindi pensare che quanto all’amore dello Shaykh al Akbar, questo sia effettivamente rivolto a null’altro che all’Essenza divina, quando dice al lettore: “Cos’altro hai da cantare oltre alla Sua parola, Lui poichè t’ha formato armoniosamente… Di che altro puoi innamorarti, se non della Sua bellezza?” Certamente, Ibn ‘Arabî non percepisce che i riflessi della bellezza divina negli esseri, e tuttavia soltanto la nozione di ittihâd, di unione riflessa su sé stessa, come indicato d’altronde dalla forma verbale di questo termine, ci permette di riconoscere con meglio la complessità di questa relazione tra il tempio, questo luogo di contemplazione, e l’Uomo. Ibn ‘Arabî ha dedicato un’epistola a questo soggetto: al ittihâd al kawnî wa l ishhâd al ‘aynî: la ri-unione dell’essere creaturiale per mezzo della contemplazione sul proprio essere. Quest’idea vi è sviluppata attraverso il simbolismo assiale dell’albero e dei quattro uccelli, formanti paia complementari e rappresentanti le origini della manifestazione. Ibn ‘Arabî e la Ka’ba dovevano perciò incontrarsi al fine di rivelarsi a vicenda. “Dato che Dio voleva per te ogni bene, o Ka’ba di bellezza, ha fatto sì che ci conoscessimo. Ha fatto in modo che tu contemplassi il mio essere, ed io il tuo” (pag. 593). Può, il vero amore, lasciare qualche spazio alla dualità? “Io sono l’amante e l’amato, il cercatore ed il cercato, l’innamorato e l’oggetto del suo amore… mostrati equo, povero me, verso di me; da parte mia, ho avuto pietà per me stesso. Questa esigenza è troppo santa per tollerare la separazione, troppo maestosa per esser solo creaturiale, a causa del segreto dell’unione con sé stesso (ittihâd), all’origine dell’esistenziazione (îjâd)” (pag. 604). Quest’ultimo chiarimento non lascia dubbi che per Ibn ‘Arabî l’ittihâd porta l’uomo all’amore di Dio per le creature, l’origine della manifestazione. L’unica cosa che, in tal modo, resta tra Dio e l’uomo, quando tutto è detto e fatto, è l’amore irresistibile (sabâba). Eppure il ciclo d’amore non si esaurisce in ciò, poichè richiede costante perfezionamento. E’ in questo senso che Ibn ‘Arabî solleva il tema dell’insoddisfazione e del rimprovero, ma ancor più forte è quello dell’amore di per sé che conduce alla negligenza per il suo oggetto, come Layla respinge Majnun in questi termini: “Stai lontano da me, perchè il mio amore per te mi ha distolto da te” (pag. 569).

Sul Limite tra l’Umano ed il Divino

Qui, per mezzo d’immagini, siamo in presenza di uno degli aspetti essenziali della dottrina d’Ibn ‘Arabî. Almeno due ragioni giustificano l’utilizzo del linguaggio amoroso. Da un lato, l’innamorato sopporta inevitabilmente delle umiliazioni, e ciò conduce l’uomo in direzione della perfezione nella servitù, come Dio ricorda ad Abû Yazîd al Bistamî: “Avvicìnati a Me tramite ciò che non Mi appartiene: l’umiltà e la povertà” (pag. 589). Anche Ibn ‘Arabî umilia sé stesso dinanzi alla Ka’ba e le chiede perdono. Dall’altro lato, la separazione, uno dei temi principali della poesia amorosa, illustra le dinamiche necessarie della progressione spirituale: il ritorno alla creazione dopo l’unione. Il fluttuare dei sentimenti tra il Tempio e l’Uomo riflette, dunque, l’incessante movimento da uno stato all’altro, provocando la protesta dello Shaykh: “Quanto durerà ancora questo continuo cambiamento da uno stato ad un altro? (pagg. 560-1). Per uno che ha viaggiato oltre le stazioni spirituali, la progressione dipende dalle teofanie che il cuore riceve e di cui si trova un’eco in queste epistole. Su questo soggetto Ibn ‘Arabî parla dell’andirivieni dei “messaggeri dei nomi divini” (rusûl al asmâ) che intercedono per stabilire un’unione totale tra lui e la Ka’ba (pag. 557). Si trova, quindi, in uno stato ricettivo nei confronti della trasmutazione divina nelle forme (at tahawwul fî s suwar). Ciò non limita in alcunchè l’Essenza divina, rivelandone al contrario le sue infinite possibilità di manifestazione e, per il servo, di perfezionamento.

Trasformazione perpetua ma anche relazione ambivalente, come abbiamo visto. Lode senza riserve per la Ka’ba, ch’egli qualifica con quel che appartiene a Dio solo: “Quale altro amato, o Ka’ba di bellezza, ti eguaglia?” (pag. 618). Lode a sé stesso, per l’umiliazione dell’amore e della servitù non gli impediscono di affermare: “E’ raro davvero vedere un essere come me circoambulare attorno a te!” (pag. 566). La Ka’ba, teofania dell’Essenza sotto il suo nero velo, e lo Shaykh innamorato ed orgoglioso del suo rango, costituiscono insieme un punto nel quale gli opposti sono risolti e nel quale si incontrano tutte le possibilità (cfr. pag. 560), sul limite tra l’eterno ed il contingente (cfr. pag. 558) o persino l’immagine del Tutto. Questo, perciò, porta ad immaginare la rappresentazione di quel che Ibn ‘Arabî chiama la haqîqa kulliyya, realtà totale ed universale, attraverso la quale gli esseri esistono o meno: “Essa è in loro e loro sono in essa, senza essere consapevoli di questo fatto” (pagg. 566-7). Egli parla, dunque, veramente d’un principio immutabile: “La Ka’ba di bellezza non poteva scomparire, perché è il Tutto ed uno non può immaginare una parte d’essa” (pag. 571).

Ci siamo ritrovati dunque sospinti in direzione d’un’altra nozione, quella di barzakh, l’istmo tra due mari -quello eterno e quello contingente- e facendo parte d’entrambi “come la linea che separa la zona d’ombra dal soleggiato” (pag. 572). Non c’è da sorprendersi se troviamo attribuiti alla Ka’ba tutte le qualificazioni dell”essere che partecipa ai due aspetti della Realtà, l’Uomo universale, nella sua forma Muhammadiana. Non è neppure sorprendente che l’amore per la Ka’ba sia uno dei privilegi dell’erede Muhammadiano. Non è partito, il Profeta, dalla santa Moschea in occasione del suo Viaggio notturno e la sua Ascensione celeste (cfr. pag. 567)? Seguendo le orme del Profeta, gli spiriti aspirano a questa elevazione (cfr. pag. 626). Le allusioni alle qualità di quest’essere Muhammadiano sono abbondanti: il suo carattere magnifico (cfr. pag. 596), la pre-esistenza della sua realtà luminosa: “Ti amavo prima dell’esistenza del tuo essere determinato” (pag. 597), la sua stretta connessione con il Corano, la scienza della Scrittura e la lingua “Siriaca”. E’ notevole che l’ultimo aspetto sia menzionato in quest’epistola che emana dal nome divino Il Degno di ringraziamento, un’altra qualità del servo perfetto. Molti altri aspetti della dottrina dell’Uomo universale potrebbero essere menzionati ancora, in modo particolare la sua relazione con il piano immaginale (hayâl), suggerita molto discretamente nel passaggio delle Futuhât e nel testo del Tâj (pagg. 564, 616). Prenderemo semplicemente atto del ruolo fondamentale che questo piano di esistenza e questa facoltà rivestono nella rappresentazione della relazione d’amore. E’ questa facoltà che ci permette di riportare alla luce quel che altrimenti resterebbe nascosto, come Ibn ‘Arabî annota: “Ti sia noto, o Ka’ba dalla bellezza straordinaria, che esiste un ponte del quale molti intelletti sono all’oscuro: l’uomo, quando si trova all’interno di qualcosa, non ne può vedere né la realtà né il significato, ma allorchè le diviene straniero, può coglierli” (pag. 583). Potrebbe essere espressa in modo migliore la ragione dell’esistenza dell’amore e di tutta questa rappresentazione?

La progressione amorosa di queste epistole, che per lo più terminano con delle dispute, chiarisce un ulteriore aspetto dell’Uomo universale. Quest’ultimo sancisce la fine della creazione, ma non nel senso di un completamento statico, cosmico. “Non diremo che i mondi sono conosciuti, che le stazioni spirituali sono stabilite… Tutto ciò altro non è che polvere in confronto a ciò che non è reso manifesto” (pag. 571) e, rivolgendosi al Tempio, simbolo dell’Uomo: “Hai visto com’Egli t’abbia dato una forma armoniosa, sino al momento in cui le tue fondamenta e la tua forza sono crollate?” (pag. 570). L’amore distrugge e separa al fine di ricostruire ed unire, sempre mutando, sempre inappagato.

Tra la Ka’ba, cristallizzazione della Forma divina, e l’adoratore, che rende testimonianza della sua fede baciando la Mano Destra di Dio, che renderà a sua volta testimonianza in suo favore, si sigilla un vincolo d’amore, una relazione amorosa dai due volti.

Il primo riflette la Bellezza di cui l’Uomo è il più fulgido degli specchi: “Se tu sapessi” -risponde lo Shaykh ad un immaginario interlocutore- “cos’ho raggiunto in virtù del mio amore per essa, m’avresti preso quale il tuo adorato Signore… ma rendi lode a Dio che ha preservato la tua fede velandomi a te, dopo che avesti conoscenza di me… perchè è proprio quello che ha perduto i Cristiani con il loro Messia” (pag. 602). Ma, in realtà, ogni rischio di confusione tra umano e divino è infondato per chiunque abbia compreso il significato di questa riga che termina il Tâj: «Ed il tuo Signore ha decretato che non adorerai altri che Lui» (Corano XVII 23).

Con il secondo volto dell’amore, quello della separazione e del desiderio nostalgico, l’Uomo realizza un’ancor maggiore perfezione. Questa è la ragione per la quale l’innamorato della Ka’ba c’invita (pag. 575) a riflettere sulle parole del Profeta quando, tornato a Mecca, si preparava a baciare la Pietra Nera:

“E’ qui che le lacrime devono essere versate”.

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