La stele funeraria di Abu al-Hassan al-Sadili a Humaytara

de

 

decorazione

Denis Gril

Giunto ad Ahmîm, nell’Alto Egitto, nel corso del suo ultimo viaggio verso l’Hiáâz, Abû al-Hassan al-´âdilî fece un sogno che raccontò al suo discepolo Abû al-Abbâs al-Mursî: si vide in mezzo ad un mare scatenato. La nave stava per affondare. Sempre tenendosi sul bordo, si rivolse al mare che obbedì al suo ordine e si calmò. Mursî, narrando questo sogno al suo discepolo Ibn ‘Atâ’ Allâh al-Iskandarî, precisa che lo ´ayh morì, in séguito, per strada e che lo seppellì, aiutato dai suoi condiscepoli, ad Humaytarâ, nel deserto di ‘Aidâb. Nel Mar Rosso, il sogno si realizzò. Mursî vide il momento in cui lui e tutti i suoi compagni stavano per morire affogati. Si sovvenne, allora, del sogno e parlò al mare come aveva fatto il suo maestro. I flutti si calmarono immediatamente. ´âdilî, prima di raggiungere la sua ultima tappa sul cammino di questo mondo, aveva conferito al suo discepolo la signoria sul mare, per far passare, come Mosè, da una riva all’altra i pellegrini dell’al di là1.

Mâdî b. Sultân, il servitore di ´âdilî, fornisce qualche dettaglio in più sulla morte del suo maestro. Al momento della partenza, ad Alessandria, la moglie di Mâdî, sposata da poco ed in stato interessante, lo scongiura di restare. Egli la conduce dallo ´ayh, che la chiama Umm ‘Abd al-Dâ’im e la prega di lasciargli Mâdî; in sua assenza, ella darà alla luce un bambino, che chiamerà ‘Abd al-Dâ’im (il servitore dell’Eterno). Abû al-Hassan chiede ai suoi discepoli di portare un piccone ed una pala. Una vedova gli affida suo figlio, un ragazzo e lui le promette di vegliare su di lui fino ad Humaytarâ. Arrivato alla tappa precedente quella località, punto d’acqua sulla pista di ‘Aydâb, il ragazzo muore di malattia. I discepoli vogliono seppellirlo ma lo ´ayh lo fa portare fino ad Humaytarâ. Là, lo si lava, Abû al-Hassan compie per lui la preghiera rituale funeraria e lo si seppellisce. La notte seguente, riunisce i suoi discepoli, prodiga loro i suoi ultimi consigli, raccomandando loro la lettura dell’Hizb al-bahr (l’Orazione per il mare); parla in privato con Abû al-Abbâs al-Mursî e lo nomina suo successore ed erede (Halîfa). Poi, domanda che gli si porti dell’acqua salmastra dal pozzo, con essa si risciacqua la bocca, la risputa nel recipiente e la fa versare nel pozzo, la cui l’acqua diviene dolce. Dopo aver invocato Iddio durante la notte, rende l’anima appena prima dell’alba, mentre i suoi compagni lo credevano addormentato2.

In questo luogo deserto di Humaytarâ si compie l’incontro con L’Eterno. Il maestro è sepolto, la Via è fondata, i discepoli, sotto la direzione di Abû al-‘Abbâs proseguono il loro cammino verso la rinascita dopo la morte, l’acqua salmastra si trasforma in acqua dolce, simbolo coranico dell’istmo fra il mare di questo mondo e quello dell’altro3. La pietra tombale di ´âdilî ad Humaytarâ ci informa che morì nel mese di Dû-l-Qa‘ada 656 / Ottobre 1528, quell’anno tragico che aveva visto, al suo inizio, la conquista di BaÈdâd da parte dei Mongoli. La sua morte coincide, dunque, con la fine d’un’epoca e l’avvento d’un’altra, nella quale l’Egitto svolgerà un ruolo centrale.

Posta sulla via del Pellegrinaggio, lasciando la valle del Nilo a Qûs o ad Edfu, la tomba di ´âdilî divine uno di quei luoghi benedetti visitati dai pellegrini prima di arrivare alla Mecca ed a Medina, almeno finché la pista resterà frequentata, durante il VIII/XIV secolo e senza dubbio fino alla rovina definitiva, nel XV secolo, del porto di ‘Aydâb4. Ibn Battûta la visita due volte: la prima, nel 726/1326. Vi ha incontrato prima, ad Alessandria, lo ´ayh Yâqût al ‘Arñî, che ha raccolto dal suo maestro il racconto dell’annuncio della propria morte da parte di al-´âdilî. Sulla strada di Sa‘îd, lo ´ayh si recava alla Mecca tutti gli anni. Vi restava dal mese di Raáab fino al compimento del Pellegrinaggio. Dato che il suo servitore si stupiva nel vederlo prendere il necessario per una sepoltura, gli disse, con una frase che restò famosa: “A Humaytarâ, vedrai” (fî Humaytarâ sawfa tarâ). Secondo questa versione, giunto in quel luogo, fece l’abluzione maggiore, pregò due rakatânî e rese l’anima durante l’ultima prosternazione. Ibn Battûta racconta di aver visitato la sua tomba e di aver letto, sulla sua pietra tombale (qabriyya), il nome e la genealogia di al-´âdilî fino ad al-Hassan, figlio di ‘Alî5. Cita, in séguito, in extenso, il testo dell’Hizb al-bahr, ricordando poi, nel corso del racconto, la sua visita, segnalando che il posto è infestato dalle iene6. A proposito del suo secondo passaggio per Humaytarâ, nel 732/1332, stavolta al ritorno dalla Mecca, non dà nessuna nuova notizia, tranne quella che segue in senso inverso la stessa strada della prima volta, passando per al-‘Atwânî, vicino ad Edfu, poi per la valle del Nilo. La tomba di al-´âdilî è visitata, nella stessa epoca (7630/1330), da un altro viaggiatore marocchino, al-Qâsim b. Yûsuf al-Tuáibî al-Sabtî. Questi conferma che le carovane facevano sosta in quel luogo per approfittare di un posto in cui le preghiere erano reputate essere esaudite7.

Sebbene Ibn Battûta non ne dica nulla, si può supporre che la tomba fosse ben presto ricoperta da una qubbah, al momento in cui fu portata la stele funeraria. Sfortunatamente, come si vedrà infra, la parte inferiore dell’iscrizione è troppo cancellata perché si possa decifrare la data indicante l’installazione della stele e, forse, della costruzione. In qual misura il mausoleo fu frequentato dopo l’interruzione della strada di ‘Aydâb?

Gli ñadilî di Alessandria e del Cairo vi si rendevano regolarmente alla fine dell’epoca mammalucca e durante l’epoca ottomana? Jules Couyat visitò il sito agli inizi del XX secolo, nel corso della sua inchiesta sulle strade di ‘Aydâb. Ci informa che poco tempo prima del suo passaggio, la qubbah di al-´âdilî non era più che un ammasso di rovine e che è stata “ricostruita da Abû “ibrân, il nonno di ‘Alî-Mustafâ, ´ayh attuale dei beduini Añabab (della tribù degli Abbabdah)”. Oggi, il guardiano della tomba, capo della tribù in parte sedentarizzata sul sito di Humaytarâ, appartiene certamente a quella famiglia. J. Couyat così descrive la qubbah:

“È una sorta di mausoleo, sormontato da una cupola imbiancata a calce ed i cui muri sono coperti, all’interno, da ex-voto di pellegrini. Lateralmente, due piccole casette dello stesso stile vi sono addossate e servono da abitazioni per i guardiani che, da molto tempo, sono contentissimi di aver l’onore di ricoprire questa funzione. Le tre porte danno su una corte protetta da un alto muro, il quale a sua volta è circondato da un’area in cui il suolo del uadi, ben pulito, non lascia più vedere la minima pietruzza.

Al mio passaggio8, un solo guardiano, giunto dieci anni fa da Fas con lo scopo di venerare sulla sua tomba la memoria del vecchio ´ayh, abitava nella qubbah. Aveva, sì, un compagno abbabdah che condivideva la sua funzione ma questi, insoddisfatto dalla misera esistenza che doveva condividere con il suo compagno magribino, stufo verosimilmente anche dei discorsi insensati del suo pio compagno, se n’era andato un giorno, per non tornare mai più.

C’erano stati, in altri tempi, fino a quattro o cinque guardiani. Passavano le loro giornate a pregare, dormire e parlare fra di loro, negando l’avvicinarsi e naturalmente l’accesso al mausoleo ai passanti. Questi guardiani si guadagnavano da vivere con quelli che, al loro passaggio, donavano loro un po’ di mais o di farina e per di più, una volta all’anno, il Governo inviava loro la Kissua, ossia una regalia in farina e vestiti.

Alla partenza del Tappeto sacro i beduini dei dintorni si riuniscono in questo posto per pregare. Mangiano un pane in onore dello ´ayh e sacrificano anche un montone, perché costume vuole che ovunque si trovi un personaggio venerato, si mangi meglio che di solito9”.

Questa testimonianza è preziosa perché attesta la permanenza d’un legame fra il paese natale di al-´âdilî ed il suo ultimo soggiorno, nonché la frequentazione del suo mausoleo da parte di visitatori provenienti da lontano ed appartenenti, presumibilmente, alla ´âdiliyya. Evoca, inoltre, una certa presa in carico da parte dello Stato egiziano  ed un affollamento corrispondente, forse, al mawlid attuale, la cui data coincide con quella del Pellegrinaggio alla Mecca10. Vi si ritrova la condivisione, sempre attuale, fra un’autorità religiosa assunta da uno straniero rispetto alla regione (attualmente un diplomato dell’Università islamica dell’Azhar, venuto dal nord, imâm della moschea) ed il guardiano del mausoleo, della tribù locale. La fotografia che accompagna l’articolo mostra, conformemente alla descrizione di Couyat, tre cupole imbiancate a calce, la maggiore al centro, il tutto circondato da un muro a secco, che si apre su di una corte.

Il mausoleo attuale, in materiali moderni, è sormontato da una sovrastruttura ottagonale alla base e conica, in guisa di qubbah. Di lato, si trova una moschea, essa pure moderna. Su‘âd Mâhir ha visitato il luogo nel 1968 ed ha attribuito, in un articolo, la costruzione della moschea  al ministero del waqf. Ciò gli è valso la risposta di un generale in pensione, già governatore della regione del Mar Rosso alla fine degli anni ‘40 che,  in séguito ad un sogno, aveva fatto ricostruire la tomba ed edificare la moschea ed un luogo per l’accoglienza dei visitatori (istirâha)11. Le fotografie pubblicate nel libro di S. Mâhir sulle moschee d’Egitto, mostrano che la qubbah era stata ricostruita nel frattempo, quando la visitammo per la prima volta nel Gennaio o Febbraio 1981. La moschea, abbastanza spaziosa, aveva dovuto, anch’essa, essere ricostruita dal Ministero del waqf su interesse, fra l’altro, dello ´ayh  ‘Abd al-Halîm Mahmûd. Nel corso della nostra ultima visita, fine Aprile 2003, al termine di un colloquio tenutosi ad Alessandria sulla ´âdiliyya, abbiamo potuto constatare, da un lato, la moltiplicazione delle istirâha, costruite dalle varie ramificazioni della ´âdiliyya, per ricevere i visitatori, soprattutto al di fuori del periodo del mawlid; dall’altro, la costruzione d’un numero considerevole di abitazioni al fine di sedentarizzare i beduini dei paraggi. Dopo il 1981, una strada asfaltata, che rimpiazzava la pista che partiva verso il sud-est dalla strada da Edfu verso Marsâ ‘Alam, all’edificazione della qubbah di Sîdî Sâlim, ha facilitato il traffico e spezzato il relativo isolamento di Humaytarâ.

Durante la nostra prima visita nel 1981, la stele funeraria di al-´âdilî si trovava posta contro un muro  nel nuovo mausoleo ove la tomba è, ormai, circondata da una maqsûra. Essa era stata senza dubbio tolta di mezzo in occasione dei lavori di ricostruzione e lasciata là senza alcuna cura. Apparentemente, J. Couyat non l’aveva vista dato che suppone, alla fine del suo articolo, che  la tomba di al-´âdilî “deve aver avuto delle iscrizioni interessanti”12. Nell’Aprile 2003, la stele non era più nel mausoleo.  Il guardiano della tomba, interrogato sulla sua fine, ha risposto che era rotta e che era stata depositata in una rimessa. La pietra, effettivamente, quando l’avevamo vista e fotografata, recava una fenditura. Bisogna sperare che sarà rapidamente restaurata e riposizionata all’interno del mausoleo. La stele è intagliata in rilievo in caratteri corsivi  caratteristici della fine dell’epoca ayyubide e dell’inizio dell’epoca mammalucca ed è ornata con qualche motivo decorativo. Comporta dodici righe. La decifrazione delle prime nove  non presenta nessuna difficoltà. Vi si trova la menzione del nome del defunto e la sua ascendenza profetica, fino ad al-Hassan, la data del suo decesso: Dû-l-Qa‘ada 656 e le invocazioni di prammatica. Le ultime tre righe, sempre più frugate, fino alla dodicesima, sono d’una lettura assai più problematica e la loro decifrazione permane molto ipotetica. Esse comportano senza dubbio qualche informazione sulla sua messa sul posto e l’edificazione d’un mausoleo (maqâm), forse già una qubbah. La riga 11, alla fine, reca l’espressione di “alla data dell’anno sett…”, bisogna completare: “settecento…” In questo caso, la confezione della stele, tardiva rispetto alla data del decesso, coinciderebbe con le prime testimonianze agiografiche. Si è già segnalato che la genealogia data dalla stele e quella delle Latâ’if al-minan concordano. È lecito pensare che è stata posta in base alle indicazioni di Abû ‘Abbâs al-Mursî. Anch’essa è, infatti, identica a quella donata da Dâwûd Ibn Mâhilâ (o Bâhilâ), discepolo successivamente di Mursî e di Yâqût al-‘Arñî, ad Alessandria13, come quella declinata da al-Bûsîrî (m. 696/1296), l’autore della Burda, nel poema di condoglianze che indirizzò a Mursî in occasione del decesso del suo maestro14.

Comunque sia, la genealogia di al-´âdilî solleva alcune questioni: i nomi di Hurmuz o Battâl devono essere considerati come insoliti in un’ascendenza profetica muhammadiana (ñarîfa)? E poi, Ibn al-SabbâÈ, discepolo a Tunisi di Mâdî b. Sultân, il servitore di al-´âdilî, rimpiazza il nome di Aḥmad, dopo quello di al-Battâl, con quello d’Idrîs. Influenza magribina? La difficoltà principale risiede nel nome di Muhammad figlio di al-Hassan. Per questa ragione, l’agiografia dei maestri ñadili, al-Hassan b. Muhammad al-Kûhin al-Fâsî comincia la sua agiografia  di al-´âdilî con un’ascendenza che, secondo Battâl, diventa idrisside: Battâl b. ‘Alî b. Aḥmad b. Muhammad b. ‘Isâ b. Idrîs b. ‘Abdallâh b. al-Hassan al-Mutannâ b. al-Hassan15. Ciononostante, pochi passi dopo, dà anche la versione conforme alla stele facendo notare, in base a certi autori, che tutta la posterità di al-Hassan passa sia tramite al-Hassan al-Mutannâ che tramite Zayd16. ‘Alî Sâlim ‘Ammâr esamina queste contraddizioni, pervenendo alla conclusione che Mursî era senza dubbio il meglio informato sull’ascendenza del suo ´ayh ma che la tradizione magribina ha avuto inevitabilmente la tendenza a rimandarla ad un’origine idrisside17.

Testo dell’epitaffio

1) – Signore, perdona e fa misericordia

2) – È partito per la dimora dell’aldilà l’uomo di questo mausoleo, lo ´ayh

3) – Il sapiente, il Polo, il soccorso, Yaqî al-Dîn Abû al-Hassan ‘Alî, figlio di

4) – ‘Abdallâh, figlio di ‘Abd al-Jabbâr, figlio di Tamîm, figlio di Hurmuz, figlio di Hâtim, figlio di Qusayy,

5) – Figlio di Yûsuf, figlio di Yûña‘, figlio di Ward, figlio di Battâl, figlio di Aḥmad, figlio di Muhammad,

6) – Figlio di ‘Isâ, figlio di Muhammad, figlio di al-Hassan, figlio di ‘Alî b. Abî Tâlib

7) – – Che Iddio L’Altissimo sia soddisfatto di lui -, conosciuto come al-´âdilî, nel mese

8) di Dû-l-Qa‘ada, nell’anno sei cento cinquanta sei

9) – Che Iddio sia soddisfatto di loro tutti e dei loro figli, o Signore dei mondi.

NOTE

1) Latâ’if al-minan, Tunisi 1340E, pag. 50-51; trad. da E. Geoffroy: La sagesse des maîtres soufis, Grasset & Fasquelle, Parigi 1998.

2) Ibn al-SabbâÈ (M. b. Abî al-Qâsim al-Himyarî): Durrat al-asrâr wa tuhfat al-abrâr, Tunisi 1340E, pagg. 144-145.

3) Cf. Corano XXV 53 e Tabarî: (âmi’ al-bayân, XIX 17.

4) J.-C. Garcin ha studiato tale questione in dettaglio in: Un centre musulman de la Haute-Egypte médiévale: Qûs, Il Cairo, IFAO, 1976, in particolare pagg. 420-426.

5) Voyages d’Ibn Battûta, testo e traduzione di C. Defremery e B. R. Sanguinetti, prefazione e note di V. Monteil, Parigi, Anthropos, 1979, pagg. 39-40.

6) Op. cit., pag. 109.

7) Mustafâd al-rihla wa-l-iÈtirâb, ed. ‘Abd al-Hafîz Mansûr, Libia-Tunisi, 1975, pagg. 203-204.

8) Aprile 1910.

9) Jules Couyat: “Les routes d’Aidhab (annotazioni per servire alla storia del deserto arabico)”, Bulletin del l’Institut Français d’Archéologie Orientale, VIII, 1911, pagg. 140-141.

10) J. W. McPherson non cita questo mawlid: segnala, tuttavia, secondo Evans Pritchard, che aveva studiato la tribù degli Abbabdah, il mawlid di un certo Abû Hassan al-Ababdî a sud di Qusayr, vicino al Mar Rosso, senza poter precisare la data ed il luogo. Si tratta, verosimilmente, del mawlid di Abû al-Hassan al-´âdilî; cf.: The Moulids of Egypt (Egyptians Saints-Days), Il Cairo, 1940, pagg. 152-153.

11) Vedere S. Mâhir: Masâáid Misr wa awliyâ ‘uhâ al-sâlihûn, Il Cairo, 1976, II, pagg. 263-268.

12) Op. cit., pag. 143.

13) Nell’introduzione al suo commento dell’Hizb al-bahr: al-Latîfa al-mardiyya bi-ñarh hizb al-ñâdiliyya, Il Cairo, 1354/1935, pag. 13.

14) Dîwân al-Bûsîrî, ed. M. Sayyd Kîlânî, Il Cairo, 2a ed., 1973, pag. 119.

15) Tabaqât al-´âdiliyya al-kubrâ, Damasco, 2000, pag. 28.

16) Op. cit., pag. 51; cosa che conferma un genealogista marocchino contemporaneo, discendente di ‘Abd al-Salâm Ibn Mañîñ: al-Tâhir b. ‘Abd al-Salâm al-Lihyawî al-Wahhabî al-‘Alamî al-Hasanî: Hisn al-salâm bayna awlâd mawlây ‘Abd al-Salâm, Rabat, 1993, I, pagg. 116-117.

17) Abû-l-Hasan al-Shâdhilî, ‘asruhu, târîkhuhu, ‘ulûmuhu, tasawwufuhu, Il Cairo 1371/1952, I, pagg. 30-31.

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